L’ultimo articolo apparso sul Guardian, a firma del giornalista Jonathan Jones, ha smosso le acque nel mondo dei graphic novel. Da qualche tempo infatti, secondo lui, la maggior parte delle produzioni è banale. Tanto che nell’articolo cerca di capire quando è avvenuto questo peggioramento. Jones ha notato che i contorni dei disegni sono opachi e visivamente poco attraenti, e ha ipotizzato che non vi siano più artisti; per sostenere la sua tesi ha riportato degli esempi concreti.

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Il primo esempio è “The sculptor”, il graphic novel di Scott McCloud che ha valenza “funzionale” e contiene tutti gli elementi richiesti e previsti dai disegnatori. Inoltre McCloud è una delle matite peggiori e la sua fama la deve ai libri in cui spiega la teoria e la tecnica per realizzare il fumetto. Proprio McCloud si è occupato di fornire gli elementi utili per capire il fumetto fornendo una chiave di lettura valida proprio nella “funzionalità”. Pur aprendo la strada all’interpretazione del linguaggio del fumetto, non apporta alcuna novità ai suoi tratti e si limita ad applicare le sue teorie. Le sue produzioni infatti sono solo esercizi di stile.

Jonathan Jones, certo che la reazione degli “addetti ai lavori” non si farà attendere, continua ad esporre la sua tesi dicendo che i graphic novel di Marjane Satrapi e di Charles Burns sono stati creati per scopo informativo e sono molto riduttivi. Le emozioni sono semplici e la realtà è percepita in vecchio stile, priva di coraggio. Jonathan Jones però non è un esperto di fumetti, quindi con molta probabilità le sue affermazioni non verranno prese in considerazione. Persepolis di Marjane Satrapi e Black Hole di Charles Burns sono stati stroncati ingiustamente, dopo che (sempre sul Guardian) erano apparse ottime recensioni. Persepolis è considerato il graphic novel che ha rappresentato meglio la rivoluzione del fumetto contemporaneo, tanto che non è possibile realizzare un altro fumetto alla sua altezza. Anche in Black Hole vi è una contaminazione così elevata di stili che nel fumetto si ha una fotografia dell’America anni ’50 inedita pur essendo in bianco e nero. Probabilmente sono le opere più coraggiose.

Quando Jones parla di Chris Ware si supera (in negativo ovviamente!). Considera i suoi personaggi dei pupazzetti che si muovono in scene poverissime di dettagli e che il suo linguaggio si decodifica con molta facilità. Inoltre sostiene che i disegni sono artificiali e che nonostante la melanconia sono piatti e rigidi. Ovviamente quando si parla di Ware le opinioni sono diverse e la “freddezza” è stata criticata spesso negli anni, ma molti la giudicano il suo punto di forza e il massimo della creatività. Anche perché Ware si ispira alle tavole degli anni ’30 e ha aggiunto dei dettagli moderni come infografiche e diagrammi che non possono certo essere sottovalutati.

È poco chiaro il senso dell’articolo di Jones, e si lancia in critiche spietate senza affrontare realmente il problema dei graphic novel e della loro “presunta” banalità. Forse si tratta solo di un tentativo di fare pubblicità a “The Last Saturday”, la storia di Chris Ware che proprio il Guardian sta serializzando. L’unica lode è destinata a Robert Crumb, che riesce a riportare sulle tavole il mondo così come lo vediamo. Narratore, illustratore e fumettista la cui fama sembra essere immortale e le sue opere inimitabili. L’articolo si chiude con una riflessione interessante: il futuro del fumetto è nel passato.

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